“Ti invio le foto di mio nonno Umberto Gallo, morto nel campo nr.160 d Suzdal. Il suo ultimo indirizzo al fronte era: Compagnia A da Montagna posta militare nr. 88. Da notizie riferite da Maurizio Comunello doveva essere aggregato alla Divisione Pasubio (lui era una lanciafiamme), catturato dai russi il 19 dicembre 1942. La foto più vecchia è riferita al servizio militare da lui prestato nel 1929 (aveva vent’anni) mentre l’altra è stata di sicuro scattata nel 1940/41 prima della partenza per il fronte”. Giuseppe Tedesco

Caro Giuseppe, nel ’92 sono stato a Suzdal. Ricordo che ci accompagnò un bambino, Vitalik, in cerca di rubli. Ricordo anche che “quelli della Lubianka” avevano distrutto tutto e il grande sepolcro era diventato un giardinetto. Il campo n.160 non era un campo qualsiasi, ma prevalentemente per ufficiali. Credo che ti faccia piacere leggere la scheda che ho pubblicato nel mio primo libro (“Armir, sulle tracce di un esercito perduto”) rigorosamente tratta dai documenti trovati negli archivi del ministero della difesa russo e, allora, appena recuperati dall’oblio. Non è una consolazione ma forse tuo nonno non è morto tra gli stenti. Sicuramente tutti questi dettagli ti aiuteranno un pò a “rivederlo”.
Campo n. 160 Suzdal, circa duecento chilometri a sud-est di Mosca. Era un antico monastero sorto nel 1700, al tempo di Caterina di Russia. Esteso su una superficie di tre ettari era cintato da mura molto alte. Conteneva diversi corpi di fabbricati, baracche in muratura ad uno o due piani adiacenti specialmente il lato est e il lato nord. Nel 1942 fu occupato da prigionieri di ogni nazionalità, prima da soldati poi da ufficiali, separati secondo la loro nazionalità. La vita al campo 160 era regolata da ordinamento militare, per cui erano ripristinati i gradi. Di giorno gli ufficiali potevano occuparsi in lavori liberi secondo le proprie inclinazioni oppure potevano partecipare volontariamente a lavori ordinati da russi, ciò che dava il vantaggio di un aumento del 25% sul vitto normale. Solo dal settembre 1945 il lavoro divento obbligatorio, anche per la raccolta delle patate nei kolkos. Gli ufficiali potevano anche attendere a letture, dato che la biblioteca del campo disponeva di libri in lingua russa, tedesca, francese e italiana. Erano tollerati i giochi all’aperto e si poteva fare un po’ di musica qualche volta anche recite tipo varietà. Gli attori erano gli stessi ufficiali prigionieri. II tutto veniva eseguito con mezzi molto primitivi, dato che i russi non avevano materiale di alcun genere da disporre per loro. I1 vitto giornaliero era assegnato secondo una tabella del Ministero dell’Interno di Mosca, direzione generale: norma stabilita per i prigionieri. II prelevamento dei generi, per quanto controllato da una commissione di prigionieri stessi, subiva molte volte l’inconveniente di essere diminuito o per rifornimento mancato o perchè i russi preposti alla distribuzione ne trattenevano a loro profitto. A ciascuno veniva dato: una salvietta, una camicia e un paio di mutande di tela che erano poi sostituite quando si faceva il bagno. L’igiene veniva abbastanza osservata, in inverno le baracche erano riscaldate a sufficienza. Ogni camera secondo 1′ampiezza era occupata da tre o quattro persone. I letti erano formati da castelli a due, tre, quattro posti e a due piani. Vi erano poi un materasso, un cuscino, una federa, un lenzuolo e una coperta da casermaggio. Un giornale del campo dal titolo “La Voce degli Italiani” portava articoli scritti dagli ufficiali prigionieri”.
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