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I memoriali russi

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La struttura che da noi si chiama Onorcaduti, in Russia si chiama Associazione dei memoriali militari. Entrambe dipendono dai rispettivi ministeri della Difesa. Il capo qui a Mosca è Eughenij Piliaev, ma in realtà il vero uomo-macchina delle ricerche è Vassilij Tolochko, da diciotto anni impegnato in un’opera sempre più complicata man mano che passano gli anni e i testimoni non sono più in vita. È  naturalmente il primo appuntamento, appena tornati a Mosca.

L’associazione sta in un palazzone di periferia, nel quartiere di Nagatino, lontanissimo dal centro. “Finora abbiamo riesumato 10.663 italiani, 2870 sono stati identificati – ci dice Piliaev  –. Gli ultimi 121 sono stati rimpatriati la settimana scorsa. Li abbiamo trovati nella regione di Rostov, è stato un lavoro lungo e difficilissimo, abbiamo cominciato addirittura nel 2008, erano sepolti cinque metri sotto terra. Abbiamo consegnato agli italiani sei piastrine di riconoscimento, so da Roma che già tre sono stati identificati. Se andate da quelle parti, state molto attenti agli sciacalli, ce ne sono molti, gente che vende tutto quello che trova nel terreno, e chi viene da fuori non è visto di buon occhio”.

Non solo sul posto. Collegandoci a Internet troviamo su eBay un tizio che vende la piastrina di Stefano Sianni, classe 1918, originario della provincia di Cosenza. La descrizione è in tedesco. Anche i sentimenti entrano nel mercato.

L’associazione dei memoriali occupa quattro stanzette, compresa la cucina. Una è piena di faldoni, una è adibita alla rappresentanza, cioè agli incontri, ma il nodo vero, il crocevia di tutte le informazioni, è l’ultima stanzetta, dove lavorano Vassilij e un collaboratore, Dimitrij, che non apre bocca e sta sempre fisso sul computer. Lì dentro c’è il database dell’intero archivio della seconda guerra mondiale, tre milioni di schede. Ci sono nomi, foto, documenti, mappe. Basta scrivere un’e-mail (all’indirizzo stiks@mail.awm.ru), Vassilij fa la ricerca ed è Dimitri che materialmente risponde a tutti. Tutto ha un costo, a partire da venti euro per la fotocopia di un attestato di morte fino a un massimo di cento euro per documenti più approfonditi. I soldi non vanno a loro, ma allo Stato. Si possono chiedere anche foto e addirittura filmati: ovviamente il costo lievita molto. Ben più lunghi, naturalmente, anche i tempi, perché se devono rivolgersi al ministero della Difesa o alla televisione pubblica di Ostankino le attese spesso sono sfibranti. Insomma non è più come una volta. “Adesso ci sono restrizioni rigorose, come ai tempi del regime sovietico – dice sorridendo Piliaev –. Ci vogliono tanti soldi e soprattutto tanta pazienza”. La burocrazia è tornata a limiti quasi insuperabili.

Mi ricordo la prima parola in assoluto che ho imparato dal russo: terpenje, significa appunto pazienza. È indispensabile. A proposito, chiedo a Vassilij, ma come fate a capire una richiesta in italiano? Sorride: “Guarda, è un segreto, ma usiamo Google, insomma il traduttore automatico. Mi raccomando, servono frasi brevi”.

Esco da quella stanzetta frastornato. Dopo anni di vicinanza con i familiari dei dispersi, dopo lunghe condivisioni di angosce ed emozioni, mi fa uno strano effetto pensare che tutto avviene là dentro e che le risposte non sono racchiuse in un cervellone gigantesco ma sono affidate alla buona volontà e all’intuito di Dimitri, un impiegato con problemi motori, di cui non conosco neppure la voce ma solo pochi cenni e pochissimi sorrisi.

Vassilij è molto affabile. Ci parla dei problemi, ci dà indicazioni precise, riferimenti sicuri e addirittura ci apre il computer. Racconta storie.

“Abbiamo prove che in Bielorussia una pattuglia italiana fu fucilata dai tedeschi: 800 morti. I russi non hanno mai compiuto stragi così. Gli italiani erano molto amati. I testimoni concordano: prendevano viveri dalle case dei contadini ma non con la forza, pagavano. Erano molto umani, non come ungheresi, rumeni e soprattutto tedeschi. Sono nate anche molte storie d’amore, abbiamo alcune prove e moltissimi sospetti. Nel 2006 una donna russa ci scrisse per aiutarla a cercare suo padre. Era nata a Belgorod nel 1943. Sua madre prima di morire le aveva confidato che il padre era italiano e che era sepolto davanti a casa. Abbiamo riesumato il corpo ma quell’uomo aveva la divisa sovietica, però nella cartuccia non c’erano bigliettini, chissà, forse aveva rubato la divisa per nascondersi, o forse la madre le aveva detto una bugia”.

Le ricerche non si sono mai interrotte, ma diventano sempre più difficili. “Ritrovare i resti nei cimiteri segnati dai cappellani militari è stato facile, adesso bisogna cercare i corpi dispersi nella grande valle, impossibile ritrovarli tutti. Figuratevi che addirittura è impossibile anche avere un carteggio preciso sui morti russi: non conosciamo la cifra esatta. L’unica possibilità è fare il rapporto fra la popolazione prima e dopo la guerra, ma anche il censimento non offre cifre precise. La realtà è che stanno morendo, per vecchiaia, tutti i testimoni diretti: ci rimane poco tempo”.

Decidiamo di partire all’alba verso il Don. Stavolta mi accompagna Oleg. Non è giovanissimo, mi ha confidato che in quei luoghi ha già accompagnato molti anni fa Rigoni Stern, “il sergente nella neve”. Mi sento più fiducioso. Spakoje, calma, troveremo tutto.

(da “Lettere dal Don” di Pino Scaccia)

 

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Sfiorando il confine con l’Ucraina, arrivo a Voronetz, una grande città, quasi un milione di abitanti, splendente, ricca. Lavoro garantito per tutti da una centrale nucleare oppure dall’industria aeronautica: qui si fabbricano gli aerei Tupolev. Ma ai tempi della guerra questo era proprio un brutto posto: crocevia ferroviario dei viaggi senza ritorno verso gli Urali e la Siberia. I prigionieri partivano dalla stazione centrale che è quasi intatta. E’ intitolata ancora al generale Cherniak Hovski, comandante della 60esima Armata Rossa eroe della controffensiva 42-43. Il generale è stato ucciso nel 45. Al binario numero uno una locomotiva si avvia lentamente verso Rossosc, dov’era il comando italiano: il passato che ritorna.

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Voronetz  mi ricorda istintivamente una lettera drammatica che il generale Benito Gavazza, capo allora di Onorcaduti, mi consegnò nel 1992 subito dopo  l’apertura degli archivi russi. Chiudo con questo racconto drammatico, già pubblicato in “Armir, l’esercito perduto”(Nuova Eri). Lo ripropongo perché da solo può spiegare  tutto l’orrore della guerra.

 Korinternovsky. Sono un russo che abita nella regione di Voronetz, dove voi italiani state cercando i resti dei soldati morti durante la guerra tra Unione Sovietica e la Germania, settanta anni fa. Vorrei aiutarvi perchè sono stato testimone di ciò che è successo durante la vostra ritirata e conosco tante fosse dove i prigionieri italiani sono stati sepolti. Ce ne sono centinaia: quante siano esattamente nessuno lo sa e non lo saprà mai perchè il tempo le ha cancellate.

Quando è cominciata la guerra avevo dieci anni. Al momento degli avvenimenti che descrivo ne avevo dodici tredici e ricordo bene tutto. Vi parlo della distruzione di un centinaio, forse di centinaia di prigionieri italiani da parte di una scorta sovietica che li accompagnava. Tutti i vostri compatrioti sono stati annientati, fino all’ultimo, e gettati in un burrone. Ricordo e conosco perfettamente questa voragine: si trova nella federazione russa, regione di Voronetz, provincia di Vorobiovka, stazione Lescianaia, uliza Podlesnaia. Alla fine della via Podlesnaia attualmente vivono quattro famiglie: Jridnec, Nasalova, Volkov e Jolovanov. A cento metri da questa casa, subito oltre gli orti, si trova quel dirupo. A quel tempo 1’abitato non si chiamava stazione Lescianaia, ma stazione Vorobiovka e c’erano venti o trenta case dove viveva molta gente. A quel tempo non esisteva neppure via Podlesnaia. I1 fosso era in un terreno abbandonato. La zona abitata vicino alla stazione Vorobiovka è cresciuta più tardi. Il burrone allora era coperto da pochi cespugli: ora non si può riconoscere perchè è nascosto da un bosco piuttosto esteso. Io sono uno dei pochi testimoni di quella tragedia. A quei tempi, noi ragazzi vivevamo in miseria, eravamo seminudi e avevamo sempre fame. L’indigenza ci costringeva ad uscire nei giorni freddi d’inverno sulle strade dove le scorte russe continuavano a seguire colonne e colonne di prigionieri italiani. Da noi non passavano né tedeschi né ungheresi, ma sempre italiani: li riconoscevamo subito per i cappotti verdi. Gli italiani avevano pin fame di noi: davano tutto quel the potevano per un pezzo di pane, per una patata o una mezza bietola. Cedevano fazzoletti da naso, 1’ultima coperta, cravatte, uniformi e cappotti; insomma, tutto e andavano avanti semisvestiti anche se l’inverno era molto freddo. Vedevamo gli italiani che gelavano durante la marcia. I soldati di scorta facevano uscire dalla colonna quelli che non potevano pin andare avanti da soli, li portavano a cinque-sei metri dalla strada e li fucilavano. Una slitta trainata da un cavallo che doveva servire per trasportare i prigionieri indeboliti accompagnava quasi sempre le colonne da un villaggio all’altro. Ma su queste slitte stavano sempre a turno i soldati di scorta. Cosi le file dei prigionieri andavano avanti lasciando per strada gli italiani fucilati. Sui fucilati, giovani a volte ancora vivi o appena feriti, si gettava subito una banda di noi, adolescenti e ragazzi dei villaggi. E due minuti dopo, il cadavere ancora caldo diventava nudo. Spesso si veniva alle mani accanto ai cadaveri, ognuno cercava di togliere per primo al morto tutto quel che capitava. C’era fretta perchè con quel freddo il cadavere gelava molto presto. Era impossibile togliere intatti stivali e vestiti a un cadavere gelato. In tali casi la popolazione locale, non più noi ragazzi ma gli adulti, ricorreva all’ascia. Di notte, quando nessuno li vedeva, gli uomini del villaggio andavano nei posti dove stavano i morti gelati. Per non distruggere il cappotto, la giubba e la camicia tagliavano le braccia al prigioniero. Poi tutto veniva sfilato dall’italiano congelato senza danneggiare le calzature. E di nuovo ricorrevano all’ascia. Tagliavano i piedi insieme alle calzature e li portavano a casa. Lì, al caldo, scongelavano i piedi, in tal modo le scarpe si toglievano bene. Poi gli uomini uscivano e andavano a sotterrare i resti lontano da casa. Tutta la strada dalla città di Kalag, alla stazione Voriobvka, era piena di cadaveri dei prigionieri di guerra italiani. In alcuni posti per un tratto di cento metri si potevano contare anche nove corpi. I resti erano veramente molti, nessuno contava e se ne fregavano tutti; c’erano abituati. Ma poi è arrivata la primavera con il caldo, le salme hanno cominciato a decomporsi. E volente o nolente la gente ha cominciato a seppellirle vicino alla strada. Scavavano una fossa non profonda, vi gettavano il soldato e lo sotterravano alla meno peggio. Dopo la fine della guerra hanno cominciato ad arare la terra vicino alle strade per seminare. Durante l’aratura tiravano fuori dalla terra i resti degli italiani. Per molti anni, teschi e ossa sono rimasti allo scoperto nei campi vicini alle strade e in fossati. Dietro agli orti e nei prati, lontano dalla strada dove passavano i prigionieri, giacevano le estremità inferiori. Tra la città di Kalag e la stazione di Voriobvka c’erano due abitati: il villaggio Novo-Tulugheevo e il villaggio Rudnia. In ogni villaggio c’era una chiesa. Tutte le chiese però erano semidistrutte e abbandonate, non c’erano vetri né riscaldamento. Di notte le scorte sistemavano i prigionieri italiani in questi templi. Alla mattina molti erano congelati e altri lo erano per meta, ma per quanto ancora vivi non potevano alzarsi in piedi. I soldati di scorta accompagnavano fuori dalla chiesa chi poteva camminare e fucilavano quei prigionieri che non erano congelati del tutto, ma che non potevano muoversi da soli. Nessuno cercava di distinguere chi era congelato del tutto e chi no e quindi fucilavano spesso anche i vivi. C’era allora i problema di seppellire tutti quei morti. Proprio nel Centro del villaggio, vicino alla chiesa, si scavava una grande fossa comune. Su slitte si portavano dalla chiesa i cadaveri degli italiani e si gettavano dentro. In mezzo a tanti caduti, come ho detto, c’erano anche italiani ancora vivi che cercavano di strisciare fuori dalla sepoltura comune, ma i soldati sovietici li finivano a calci, con le pale o semplicemente con palle di terra, li gettavano indietro nella fossa e poi sotterravano tutti insieme, i morti e i vivi. La sepoltura dei prigionieri era sempre accompagnata dal saccheggio. Nel villaggio Rudnia c’era un uomo, Lunin Kfarifon che non era andato alle armi perchè malato mentale. Quando questi notava in bocca di un italiano, morto o vivo, un dente o una capsula d’oro, prendeva una pala o una pietra, spaccava la mascella ed estraeva l’oro. E successo veramente di tutto in quei giorni, ma non c’era un censimento dei prigionieri italiani. La scorta spesso si dimenticava qualche congelato in fondo alla colonna, magari pensando che fosse morto. Ci sono stati molti casi di italiani rimasti indietro che si sono rifugiati nel villaggio, andando per le case, a riscaldarsi e chiedere cibo. Poi la scorta della successiva colonna li prendeva e li portava avanti. Da noi c’è stata una storia con un italiano. Un prigioniero rimasto indietro rispetto ai suoi compagni. Le scorte non se lo sono preso. Lui e rimasto al villaggio. Ha girato un giorno intero e poi ancora per un altro giorno. Alcuni hanno avuto anche il coraggio di lasciarlo entrare per pernottare. Era un bel giovane e soprattutto era in grado di arrangiarsi. Sapeva riparare una serratura, rappezzare un secchio, spaccare legna e cucire gli stivali. Sapeva fare tutto. L’ospitò alla fine una vecchietta ed egli cominciò a vivere da lei, come un inquilino. La gente nel villaggio parlava spesso di questo “inquilino dell’Italia”. Gli abitanti cominciarono ad andare da lui con ordinazioni ed egli faceva tutto a tutti e riusciva a terminare tutte le commissioni. Cominciava a piacere agli uomini del villaggio. Per il lavoro gli portavano quel che potevano, un pezzo di pane, patate, latte e altro cibo. L’italiano era diventato uno dei nostri simili, nel villaggio. Arrivò la primavera. Nel kolkos nessuno sapeva riparare ruote e carri. Il presidente del kolkos allora chiese l’aiuto dell’italiano. Anche in questo caso se la cavò bene, riparando tutto. Lavorava nel kolkos insieme a tutti gli uomini non chiamati alle armi per ragioni di salute; era stato addirittura nominato capo-brigata di falegnameria. Se qualcosa andava male negli affari del kolkos, il presidente diceva: “Va dall’italiano, lui sbroglierà la faccenda”. E l’italiano risolveva tutto. Per esempio, nel mulino-oleificio per molto tempo non riuscivano ad avviare il diesel; il giovane mise a posto anche quello. Ma la dirigenza come poteva giustificare la permanenza illegittima di un prigioniero di guerra italiano nel villaggio? Semplice. Egli era amico del presidente del kolkos, perchè lavorava bene. Inoltre, aveva cucito nuovi stivali al presidente del Soviet Rurale su sua richiesta. Non c’era nessun danno da parte del soldato, la gente si era abituata a lui e poteva vivere nel villaggio tranquillamente. Cosi passarono circa due anni. Alla fine della guerra, quando le truppe hitleriane erano gia state cacciate dal territorio dell’URSS, le autorità locali si ricordarono improvvisamente che nel loro villaggio viveva illegalmente, senza registrazione all’anagrafe, un prigioniero. A ricordarlo era stato un telegramma del reparto provinciale del NKVD, progenitore del KGB, che chiedeva notizie su quel prigioniero di guerra italiano vissuto per due anni nel villaggio. Non fu facile per le autorità locali spiegarne le ragioni. Il presidente del Soviet Rurale e quello del kolkos cominciarono a scaricare la colpa l’uno sull’altro. Dopo molte discussioni non riuscirono a mettersi d’accordo e allora decisero di chiamare l’italiano al Soviet Rurale e l’uccisero con un fucile da caccia. La gente del villaggio ha sempre saputo chi ha premuto il grilletto: un certo personaggio che tutti chiamavano con il soprannome di «Gallo». La storia di quest’italiano, che ricordo benissimo, mi ha distratto dal tema principale. Ritrovare il burrone di quel massacro. Chiarisco che su questa fossa non ci sono croci o pietre sepolcrali, né altro che possa farlo riconoscere. Solo io e pochi altri sappiamo del posto. Migliaia di corvi hanno volato sopra il burrone per tutta la primavera e tutta restate, fino all’autunno: perchè quel mucchio di corpi umani si è trasformato presto in un mucchio di teschi, scheletri e ossa. Nessuno ha mai sotterrato i resti. Le acque di primavera li hanno dispersi nel dirupo per molti chilometri o li hanno portati via i cani. Forse alcune povere spoglie calcate dal tempo in fondo al ruscello, si trovano ancora là. La sorte ha voluto che per cinque anni, dal 1957 al 1961, vivessi a cento metri dal burrone. Andando nel bosco per tagliare legna trovai molto spesso ossa umane, anche se tutti noi cercavamo di aggirare il posto. Quando vivevo vicino al burrone alcuni vecchi affermavano di sentire la notte gemiti e pianti. Altri sostenevano di vedere nel burrone luci simili a candele accese. Altri ancora raccontavano di ritrovarsi di notte scheletri umani vicino alle loro case. Un uomo di nome Miroshnicenko, che abitava proprio vicino al burrone, riuscì faticosamente a vendere la casa e a trasferirsi in un altro posto. Conoscevo personalmente quest’uomo. Gli ho chiesto perchè vendeva una bella casa e un buon terreno. Per molto tempo non mi ha risposto; poi una volta, davanti a una vodka, mi ha svelato il segreto. Miroshnicenko mi ha raccontato che non poteva vivere vicino al burrone perchè quasi ogni notte, specie d’estate, lui e la sua famiglia sentivano lamenti e pianti. E se andavano alla finestra vedevano scheletri andare di qua e di là. Mi ha pregato di non raccontarlo a nessuno: temeva di non riuscire a vendere la casa. Personalmente non ho sentito né visto certe cose nei cinque anni che ho vissuto vicino al burrone. Ma io stesso ho dovuto molte volte sotterrare i resti di prigionieri italiani. Avevo un grosso cane che liberavo ogni notte e che portava nella sua cuccia tutto quel che trovava. Quasi ogni mattina, vicino alla cuccia, trovavo un teschio umano o altre ossa. Prendevo queste spoglie, le portavo nel bosco e le sotterravo. La mattina dopo tutto si ripeteva. E cosi per molte mattine, finché ho capito che la situazione poteva durare in eterno. Allora ho venduto il cane. E non ne ho presi altri perchè tutti i cani della zona andavano naturalmente in cerca di ossa the giacevano dappertutto nel villaggio: dietro gli orti, vicino alle strade, nei fossati. Nel 1987, d’estate, sono tornato in ferie vicino al burrone, perchè la vive ancora mia sorella. Andando a fare una passeggiata nel Bosco, dopo tanti anni, sul fondo del ruscello ho visto ancora un teschio. Ma non vi ho raccontato com’è avvenuto il massacro. Era l’inverno del 1942 o del ’43, non ricordo bene; era sicuramente quasi buio. I soldati di scorta hanno portato vicino al burrone un’intera colonna di prigionieri italiani, centinaia. Poi li hanno cacciati dentro, sul fondo del burrone, stretti l’uno all’altro. Terminato questo lavoro, i soldati sovietici sono usciti dal dirupo e hanno cominciato a lanciare granate contro i prigionieri. C’erano molti soldati di scorta e tutti lanciavano granate, per un tempo abbastanza lungo. Negli intervalli tra le esplosioni delle granate si sentivano le grida dei condannati. Terminato il massacro i soldati di scorta sono scesi di nuovo sul fondo. Si sono sentiti spari, molti spari. Sebbene fossimo ragazzi noi capivamo bene cosa succedeva li dentro: i sovietici stavano finendo i vivi con colpi di fucile e di baionetta. Poi i soldati di scorta sono saliti sui carri trainati da cavalli e sono partiti. Prima di cominciare il massacro, ci avevano cacciato via ma non mot-to lontano. Perciò noi abbiamo visto e sentito tutto. Anche stavolta i soldati italiani non erano tutti morti. Sentivamo sospiri e gemiti. Sul fondo del burrone giaceva una montagna insanguinata di corpi. Anche la neve, per alcuni metri intorno, era inondata di sangue. I cadaveri giacevano con le viscere di fuori, senza testa e senza estremità. Teste, braccia, piedi e altre parti erano sparsi per molti metri intorno. E scesa la notte e il freddo ha finito quello che avevano lasciato in sospeso i soldati. Cosi sono scomparsi centinaia di italiani. Quella notte è nevicato e al mattino tutto era sepolto sotto uno strato spesso di neve. Non è un segreto per nessuno che nel burrone, ora nascosto da un bosco, ancora marciscano i resti di poveri prigionieri mai sepolti. Non è neanche un segreto che le ossa siano proprio italiane. Lo può confermare qualsiasi abitante della via Podlesnaia. Molti testimoni sono morti, come i miei amici Ivan Mikhailovic e Vasilj Popov che stavano accanto a me quella sera. Ma molti altri invece ancora vivono e ricordano. Ho gia fatto i nomi e sono pronti a raccontare. Vi ho descritto tutto quello che ho visto con i miei occhi e sentito con le mie orecchie. Ciò che non riuscirò mai a spiegarvi è quel che ho sentito, e che sento, dentro di me. E.I. Korneev Csi federazione russa

394049 Voronetz, rione Korinternovsky – Khnicesky 2 kv, 145

 

 

 

 

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Si chiama Nina. La trovo a Filonovo intenta a curare l’orto. Per tutti, in zona, è semplicemente “l’italiana”. Sorridendo lo conferma anzi mi chiede aiuto: “Mia madre, Marta, in punto di morte mi ha confidato che mio padre era un cuoco italiano, mi puoi aiutare a rintracciarlo?” Il nome? “Non lo so, so soltanto che era un cuoco. Ci portava da mangiare ogni giorno, era un bravissimo ragazzo, ci ha aiutato molto”. Quell’amore fuggevole, di guerra, è salito d’intensità ogni giorno fino a quando, il 31 maggio del 1943, è nata Nina Ivanovna Kosykh. Da ragazzina ha avuto grandi problemi perché figlia di un invasore, la madre non si è mai sposata e Nina ha il cognome dello zio, il fratello della madre. Ora è nonna ed è felice. Ha due figli, Liubov e Nicolaj e da quest’ultimo ha avuto due nipotini. Non è bella, anzi ha i baffi ma lo sguardo è dolce. Ha superato lo choc di essere frutto della guerra. Non è la sola. Il sindaco, Pavel Petrovic Kurghiudv, mi confida che dalle parti di Filonovo scorre molto sangue italiano. Olga e Tatiana, che vendono miele nel mercatino di Juravka, ricordano che le nonne hanno sempre raccontato storie di italiani. “Qui erano molto amati, ma in tanti sono morti congelati”. Ci sono sicuramente altre due figlie di italiani nel paese. Anzi, erano tre ma una è saltata su una mina, quelle scatolette rosse lasciate dai nostri soldati. Strano destino per la figlia di un italiano essere uccisa da una mina italiana.

Ci sarebbe molto da scrivere sulla presenza dei soldati di Armir. Tutto storie diverse.  Intanto molti hanno saputo della fine della guerra molti anni dopo: basti pensare che cinquant’anni dopo, quando sono andato per la prima volta in quei villaggi, ci volevano tre giorni per chiamare l’Italia. Figuratevi nel ’43. Nel nostro Paese c’era ancora il fascismo e alcuni hanno deciso di non tornare. Altri hanno trovato l’amore, dopo esser stati tanto coccolati da donne russe e ucraine. In tanti hanno dunque deciso di restare. Ne ho incontrato casualmente uno a Kharkov, si chiamava Arturo Campalto e nel suo paesello, nel Vicentino, c’è il suo nome sul cippo in piazza per i caduti. Invece fa il camionista a Kiev. E’ stato lui a salutarci, in un improvviso rigurgito nazionalista, per poi di nuovo nascondersi.

Già, gli amori. Ci sono quelli rimasti un sogno, come è successo a Svetlana. Non parla italiano ma conosce molte parole di italiano. Quando le chiediamo perché diventa paonazza. “Roba da giovane, ora sono vecchia”. Si chiamava Mario. E’ passato tanto tempo, lei era una bambina. Mario si presentò una sera a casa sua. Era sporco, lacero ma soprattutto affamato. Cominciò a parlare con quella bambina che neppure sapeva dov’era un posto che si chiamava Italia. Le raccontò della sua isola che si chiamava Sicilia, delle arance che dove abitava lui erano grandissime, come qui. “Che bel sorriso che aveva, e che capelli neri lunghi” spiega Svetlana. Poi arrossisce, abbassa gli occhi, non apre più bocca.

Tutti negano, ma i soldati italiani letteralmente scomparsi in Russia, cioè quelli di cui non si ha certezza della morte …mio padre e stato fortunato e riuscito a tornare vivo ma ci raccontava sempre che li aveva avuto un figlio da una contadina russa che lo aveva aiutato durante la prigionia lui e morto da 54anni e a me farebbe piacere ritrovare questo fratello ma non saprei da dove cominciare !! Maria

Poi ci sono quelli belli e realizzati. Mi sono sempre sorpreso di scovare nei racconti di guerra tanta pace. Una sera ho conosciuto Liubov Filipnova: una predestinata perché il suo nome in russo significa proprio amore. Adesso è morta ma mi ha raccontato tutta la sua grande storia con Remigio De Netto, classe ’23, di Mesagne in provincia di Brindisi. Un marinaio. Anche lui è morto, di malattia. Avevano due figli, Mario e Nicola che ora stanno faticando per avere un visto per l’Italia pur essendo per metà italiani.

(da “Lettere dal Don” di Pino Scaccia)

Buon giorno. Chiedo scusa per il disturbo ma mi accingo ad un ricerca sul mio compaesano il Tenente del Carabinieri Puoti Alberto. Dall’Albo dei caduti si evince solo quanto innanzi riportato e nell’Archivio Storico del Carabinieri la stessa cosa. Potrebbe esserle capitato, nelle Sue ricerche, di incontrare il suo nome? In caso affermativo potrebbe darmi qualche notizia? Sono un disabile motorio e poco posso consultare archivi o altro. La ringrazio. Domenico Guida

 PUOTI ALBERTO

NATO A SANTA MARIA A VICO (CE) IL 16.08.17

Data di Decesso/Dispersione: 22/12/1942
Luogo Decesso: MOSCOVO FUCILATO ALLA CATTURA
Luogo Sepoltura: RUSSIA